Vincerà Trump? Deciderà Wall Street

Avete presente quelle presentazioni in PowerPoint? La prima slide riassume le successive venti. La chiamano executive summary. Fa molto figo. La ventiduesima è invece il disclaimer. Che nessuno legge mai. L’equivalente del bugiardino di un farmaco. Dove l’oratore non esclude di avervi detto un mare di idiozie. E quindi regolatevi. Bene io vi do subito l’Executive Summary: vince Trump! Ed anche il disclaimer: se fossi americano voterei Trump. E comunque se arrivate in fondo all’articolo scoprirete la formula magica per prevedere il risultato delle prossime presidenziali.

Maggioranza silenziosa

Bene ora che lo sapete, cominciamo con due argomentazioni serie. Una sopra all’altra. Come sapete le elezioni presidenziali americane non le vince il candidato che prende più voti a livello federale, ma quello che ottiene il maggior numero di delegati o “grandi elettori “come si dice in gergo. Biden stravincerà forse di trenta punti nella popolosa California coi suoi 40 milioni di elettori. Si aggiudicherà i suoi cinquantacinque delegati che come un solo uomo poi voteranno Biden.  E quel bottino di voti lo renderà probabilmente il candidato più votato a livello nazionale. Stessa musica nello stato di New York che ha dato i natali a Trump ma lo schifa. Nemo profeta in patria. The Donald invece vincerà in Alaska aggiudicandosi solo i suoi tre grandi elettori che lo indicheranno di nuovo come presidente degli Stati Uniti. E così via. La partita si ripete in ciascuno degli altri 48 stati. Vince chi arriva prima al fatidico numero di 270 elettori. Se ne prendi 268 hai perso. Se ne prendi 269 come il tuo avversario si apre una giostra che lasciamo perdere. Andiamo avanti.

Nei registri della Florida, da sempre lo stato “volubile” per eccellenza e che dal 1992 vota sempre per il Presidente vincente, gli elettori registrati come repubblicani sono 130 mila in meno di quelli registrati come democratici. Nel 2016 questo distacco superava i 330 mila e vinse comunque Trump. La differenza la fecero, e la faranno ancora, gli elettori più timidi che si registrano come indipendenti. Quella che una volta avremmo chiamato la maggioranza silenziosa. In Ohio la musica non cambia. I numeri sono ancora più convincenti. E dal 1964 chi vince in Ohio e Florida diventa Presidente.

A questo si aggiungano i numeri dell’economia. La Federal Reserve ha stampato dollari come non ci fosse un domani. Il suo bilancio è passato da poco più di 4.000 miliardi di dollari ad oltre 7.000. Dollari che sono finiti nelle tasche dei consumatori americani che deferenti hanno ringraziato tornando a spendere. Record storico dei consumi. Dopo essere crollati a circa 1.600 miliardi nel pieno della pandemia, hanno superato quota 2.100 miliardi.

Indice che non sbaglia

Ma è inutile affannarsi. Spiace a me più che a voi. Ma secondo una preziosissima ricerca della casa di investimenti LPL, per ben venti volte nelle ultime ventitré elezioni presidenziali, l’indice S&P 500 ha previsto con esattezza – anzi deciso – il vincitore. Come è presto detto. Se negli ultimi novanta giorni prima del voto la Borsa cresce, il partito in carica alla Casa Bianca vince. In caso contrario perde. Con sole tre eccezioni.

Eisenhower che nel 1956 venne riconfermato sebbene la Borsa avesse fatto male negli ultimi tre mesi. Poi Nixon nel 1968, che da sfidante fece cambiare colore alla Casa Bianca sebbene la Borsa fosse cresciuta. Infine, Reagan nel 1980.

Il numero da tenere presente è quindi l’indice di borsa S&P 500 che al 3 agosto era 3.294,61. Se il 3 novembre fosse sopra, vi è l’87% di probabilità che Trump vinca.  In caso contrario perderà. Domenica 25 ottobre eravamo a 3.465,25. C’è da giurarci che Trump -assieme alla FED- farà di tutto perché la borsa non crolli in questi giorni di oltre il 5%. Occhio allo smartphone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *